La storia di M.

Ciao Vincenzo mi chiamo M. e vorrei
raccontarvi la mia storia.
Prima di parlarvi della scuola, devo fare un passo indietro.
Io sono nata nell’ormai lontano 1984 con un bel po’ di problemi di salute. Ho
girovagato per gli ospedali pediatrici di Milano (eh già, sono milanese!)
facendomi operare di tonsille, adenoidi, drenaggi timpanici (ero quasi sorda)
fino a cinque anni e mezzo.
Più o meno il periodo in cui ho iniziato a frequentare la scuola elementare, in
quel mese di settembre 1990 mia madre nota una specie di pallina nell’angolo
interno superiore dell’orbita sinistra.

Il primo medico dice che è un orzaiolo ma nel giro di due settimane triplica di
volume. A quel punto mi visita un altro medico, un oncologo molto in gamba, e
viene fuori la verità: rabdomiosarcoma maligno cerebro oculare congenito.

Da qui passo quattro anni facendo cure massicce di chemio e radioterapia che
culminano a nove anni con l’asportazione dell’occhio sinistro da cui avevo già
perso la vista e la fine delle cure perché il tumore è incurabile (infatti è
tuttora qui nel mio cervello).
Come risultato mi porto dietro una scoliosi da intervento per la quale porterò
il busto fino a diciotto anni tutto il giorno, visto che un gesso e un
intervento non erano contemplabili in quanto sono dovuta andare a Parigi per
farmi ricostruire da un chirurgo maxillo facciale metà viso e metà cranio
devastati dalle cure antitumorali (e in tutto mi sono sparata 21 interventi, ho
finito ormai 8 anni fa).
Protesi oculari? Lo sa il cielo quante volte ho provato a metterne una, ma i
miei tessuti sono talmente delicati (non ho più muscoli orbitali) che non è
stato possibile.

Ora immaginate cosa significa avere
tutto questo negli anni 90, quando si insegnava ai bambini che se non sei
perfetto non sei nessuno.
E quando non si parlava di bullismo.
La mia vita a scuola è stata un inferno, se voglio usare termini gentili.
Sono stata insultata, umiliata, picchiata ogni santo giorno. Non c’era posto in
cui potessi nascondermi e quel che è peggio era che gli insegnanti vedevano ma
non facevano niente e io mi sentivo in colpa, provavo una vergogna pazzesca e
per tantissimo tempo ho creduto che fosse colpa mia, che in qualche modo
meritavo di subire le angherie dei miei aguzzini.
Vi faccio un esempio di quello che poteva succedermi: andavo in bagno e venivo
presa a calci, oppure mi gettavano in faccia gli stracci sporchi sapendo bene
che la mia orbita sinistra si sarebbe infettata.
Il giorno che sono arrivata a scuola col catetere coronarico mi hanno spinta
giù dalle scale e la cannula su è rotta sotto la clavicola: non ti dico il male
per toglierla.
E poi gli epiteti: mostro, sgorbio, cesso, puttana… ci sono notti che mi
sveglio ancora sudando freddo.

Ho iniziato a soffrire di depressione
(acuita dal fatto che peraltro nell’età dell’adolescenza ho anche dovuto fare i
conti con la mia omosessualità, altro motivo per cui a scuola vivevo molto
male), ho cercato di suicidarmi per tre volte e alla fine non ce l’ho fatta
più.
Ho detto tutto a mia madre e abbiamo cambiato scuola e città, però i segni sono
rimasti.
La mia analista dice che soffro di sindrome da stress post traumatico, io dico
che soffro di sindrome antistronzo.
Sono diffidente, non mi piace farmi toccare dagli altri, devo sempre stare
attenta a non ricadere nella depressione… insomma, tiro avanti cercando di
dipingere un po’ di azzurro (odio il rosa, passamela) ogni giorno.
Sono single, disoccupata malgrado una bella laurea con lode, vivo con mia madre
e mia sorella.
E questo è il riassunto della mia vita, a grosse linee.

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